ROMA - Per capire il cinema di Dino Risi, morto oggi nella tarda mattinata a Roma all'età di 91 anni, il suo impasto di popolarismo e rigore, simpatica cialtroneria e moralismo segreto, bisogna rintracciarne le radici nella sua formazione. Secondo di tre fratelli (era nato a Milano il 23 dicembre del 1917 da una famiglia discreta e benestante, suo padre era il medico del Teatro La Scala, sua madre Giulia amava la pittura e le belle lettere), rimase orfano a 12 anni, fu allevato in una girandola di zii e amici di famiglia divisi da passioni politiche contrapposte, tra fascisti e liberali, si laureò in medicina dopo la guerra, tornato a casa dopo due anni in Svizzera.
L'approdo al cinema è fortuito: l'amicizia con Lattuada e Soldati, la formazione a Ginevra con Jacques Feyder. In realtà, come lui stesso ricordava, già nei tardi anni Trenta si era cimentato con la critica, per poi debuttare come assistente di Soldati (Piccolo mondo antico) e Lattuada (Giacomo l'idealista), tra il 1941 e il 1942. Sfuggito alla campagna di Russia per un attacco di epatite (da quella spedizione si salvò invece fortunosamente suo fratello Nelo, anch'egli laureando in medicina), Risi ritrova il cinema, a Milano, dirigendo una fitta serie di documentari e cortometraggi (a partire da Barboni e cortili) prodotti da Gigi Martello tra il 1946 e il 1950. Intanto la sua prima sceneggiatura: Anna diventa un film di Lattuada prodotto da Carlo Ponti. Così Risi entra da protagonista nel cinema italiano. Nonostante il suo primo lungometraggio (Vacanze col gangster del 1952) non lo lasci presagire e il suo sguardo documentario attinga alla tradizione figurativa e culturale lombarda anche nell'adattare la fresca tradizione del neorealismo, Dino Risi è fin dagli esordi un regista personale e originale, quasi senza maestri. Sarà facile coniargli, ben presto, il titolo di "padre della commedia all'italiana".
E' un germe, un modo di vedere la realtà che emerge già dal collettivo Amore in citta (1953) nato da un'idea di Cesare Zavattini e sviluppato però con un gusto dissacratorio che si nasconde dietro la tenerezza con cui il regista descrive i fugaci incontri di militari e servette. Il successo arriva poco dopo, con Poveri ma belli del 1956 che viene subito indicato dai critici dell'epoca come capofila del neorealismo 'rosa' e che invece tradisce un sottotesto di disincantato scetticismo per le avventure sentimentali di un quartetto d'adolescenti. Il film incassò cifre astronomiche (e non solo per l'epoca), saldando il pubblico italiano a una nuova generazione di autori (da Risi a Lattuada, da Comencini a Monicelli) che conquistavano Roma venendo dalla provincia. Risi si ripete (Belli ma poveri) e poi cerca altre strade, con una vena satirica sempre più corrosiva, collaborando con Manfredi (Venezia la lune e tu), Sordi (Il vedovo), Tognazzi (Il mattatore). Tra i molti film che fanno di Risi un maestro negli anni '60, almeno quattro sono destinati a segnare altrettanti capitoli del nostro cinema. Il sorpasso (1962) fece di Vittorio Gassman il campione di un' intera epoca. Allo stesso modo, I mostri (1963) compose una galleria di viltà e deformità in cui pubblico e critica ritrovavano i cromosomi della società in rapida trasformazione. Sul versante opposto, Una vita difficile (1961) mostrava il lato segreto dell'autore, la morale rigorosa che sognava come riscatto dalle debolezze quotidiane. E infine La marcia su Roma (1962) regolava i conti col recente passato di un'intera generazione. Non c'é indulgenza nello sguardo di Risi, semmai complicità o comprensione per le nefandezze che non si vorrebbero messe in piazza.
E la risata non scatta come purificazione, indulgenza plenaria in nome della commedia, bensì come presa di distanza salutare e cosciente. Dino Risi è stato regista prolifico e di successo, alternando opere ispirate a manufatti su commissione, portando alla perfezione, tra l'altro, il modello del film a episodi. Tra gli anni '70 e gli anni '90 si è spesso ripetuto, ritrovando però il meglio di sé con Profumo di donna e il televisivo La vita continua. Ma una costante lo accompagnava: la passione per la vita tradotta in quella passione per il cinema che da bambino lo portava a vedere anche tre film nello stesso giorno.
«La moda cambia, lo stile resta. Il mio unico, grande rimpianto è non avere inventato i blue jeans. Per il resto ho dato molto».
YSL
Saint Laurent se n'è andato a 71 anni. Ci lascia una lezione di moda capace di interpretare Picasso o Mondrian. Vestì Grace Kelly, la Deneuve e Claudia Cardinale con tocco unico.
------------------------------------------------------------------------------
Addio Yves, stilista dell'arte
-------------------------------------------------------------------------------
All’ultimo dèfilé, sei anni fa, dopo trecento modelli che rifacevano una leggenda della moda, Catherine Deneuve cantò per lui La plus belle Histoirie d'amour c'est vous. Quella storia è finita domenica. A settantuno anni, Yves Saint Laurent ha chiuso con una vita fatta di eleganza modernamente somma e depressione profonda, forte del suo coraggio e trafitta dalla solitudine, tutta nel segno inestricabile della gioia e del dolore, nella consapevolezza che non si dia creatività senza sofferenza. Lo aveva capito subito Yves, nel ’53, quando, diciassettenne, aveva lasciato Orano, in Tunisia, dove era nato da un’aristocratica famiglia alsaziana, per approdare a Parigi, alla corte di Dior, roi incontrastato, a parte Coco Chanel, della haute couture. Erano anni sensuali e effervescenti, omosessuali e appassionati. Il giovanotto s’inebriò, complice, dell’aria del tempo. La respirò con Picasso, Cocteau, Misia Sert e Nureyev, Man Ray e Horst. E, intanto, diventava il delfino predestinato del maestro, con cui cominciava far mostra di un talento onnivoro, capace di alimentare la sua immaginazione con le suggestioni più raffinate e innovative, per farne il laboratorio di una rivoluzione della moda. Quando apparve la sua prima collezione, “Trapèze”, molti sussultarono, ma c’era già l’impronta grintosa e irriverente di un genio che voltava pagina. Pochi anni, una difficile parentesi militare in Tunisia che lo risucchiò negli anfratti bui della mente. Poi, dal ’62, una maison tutta nel suo nome, con l’inseparabile amico-socio di una vita Pierre Bergé. Saint Laurent sentiva la fragilità della sua opera. Soffriva quasi la volatilità della moda rispetto alla pittura, alla musica o all’architettura e, però, da artista, ne rivendicava orgogliosamente la capacità di generare bellezza, al servizio - ripeteva - non di un fantasma, ma delle donne. Una dedizione assoluta per loro, un amore sconfinato, lacerato dall’impossibilità, dolorosamente confessata, di poterle amare. Proprio per questo la perseguì fino in fondo, alimentandosi delle pagine di Proust e delle immagini di Mondrian e Picasso, Van Gogh e Matisse, HocKney e Warhol, ossessionato dal piacere di reinventare per la donna il guardaroba maschile. Saint Laurent con inesauribile fantasia l’ha vestita con smoking e blazer, tailleur-pantalone e giubbotti di pelle, sahariane e trench. Ha cercato di darle il potere, dopo che Coco l’aveva liberata. Di renderla altera e impenetrabile. Anche immergendola in un nero, che fosse un inno vitale e non una funebre rinuncia. Sei anni fa, dopo la delusione per l’assorbimento da parte di Francois Pinault, ferito da un gusto che trovava orribile, stanco e ammalato, Yves aveva chiuso la sua maison. Di lui ci resta l’immagine di un uomo mite e timido, con grandi, protettivi occhiali. E un sorriso triste. Un giorno, quando ricevette la Legion d’Onore, confidò di essersi ritrovato solo con il padre e di avergli chiesto perdono per non essere stato l’uomo che forse lui avrebbe voluto.
«Mio caro - gli sussurrò il père - non ha nessuna importanza».
---------------------------------------------------------------------------------
----------------------------------------------------------------------------------
----------------------------------------------------------------------------------
Love&YVS_Pride
----------------------------------------------------------------------------------
Questo non è un addio...
è un arrivederci...
Comunque sarò sempre presente!!!
... A Presto... Amici Blogger!!!
... ma non posterò... fino a quando avrò risolto tutti i miei conflitti!
.. è stato bello stare quì con voi...
Love&Pride
Zio|House™